OLTRE IL BUIO – Solitudini

Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

Tra una settimana mia figlia diventerà maggiorenne. In occasione del suo diciassettesimo compleanno, mi ha chiesto se un giorno avremmo fatto un viaggio, io e lei. Da quando la madre se n’è andata, seguendo un impeto di rinnovata gioventù, vestita di una seconda pelle da ventenne nonostante il mezzo secolo di vita, io e Ginevra non abbiamo avuto una vita facile. Della caffetteria in società, Melania, la donna che ho sposato vent’anni fa, si è portata via i soldi lasciando a me i debiti. E del conto cointestato sono rimasti solo i nostri nomi. Le avevo detto più volte di aprirne uno personale, io avrei fatto lo stesso, tenendo la gestione comune solo per quello della società. Ma era riuscita a convincermi che avere un conto cointestato a firme disgiunte fosse la soluzione ideale. Per lei lo è stata, senza dubbio.

Ci sono voluti due anni di lavoro sfiancante e di rinunce per rimettere in piedi la mia vita, perlomeno quella professionale. Una vita scandita dallo spartiacque dell’abbandono, dalle consuetudini pre-Melania e post-Melania. Nel mezzo, tanta sofferenza e sensi di colpa che ho dovuto abbattere con l’ascia. Perché quando ci si ritrova nel nulla all’improvviso, si cercano colpevoli al di fuori e si finisce per trovarli dentro di sé. Passavo in rassegna le mie mancanze, con la speranza di trovare un appiglio per chiedere perdono e riportarla da me, da noi. Ma più scavavo, più le ragnatele mi si appiccicavano addosso. Sono riemerso con una maggiore consapevolezza, ma anche con numerose escoriazioni, una per ogni volta in cui Melania ha tradito le nostre reciproche promesse – senza considerare il fatto più grave, l’abbandono di marito e figlia con l’aggravante del furto –, come quando non volle rinunciare al viaggio a Ibiza con le amiche, nonostante Ginevra avesse il saggio di fine anno. “Non è colpa mia se hanno posticipato il saggio. Ci sarai tu, lo sai che preferisce te. Non sentirà la mia mancanza”, furono le sue parole. O come la serata con il maestro di tango argentino, irrinunciabile a suo dire, proprio in occasione del nostro quindicesimo anniversario di matrimonio. E come tutte le volte in cui non c’è stata, per me, per Ginevra, per entrambi. Credo, in due anni, di essere riuscito a ricordarle tutte, uno stillicidio faticoso.

È incredibile quanto la memoria del cuore sia ingannevole. Quella del mio, in particolar modo. Per anni ha offuscato le mancanze di mia moglie ancorandosi al suo corpo, che dava piacere come nessun altro. È rimasta appesa a una bocca suadente e lasciva che adulava e compiaceva la mia virilità. È stato solo questo, quindi? Mi sono fatto abbindolare dal sesso? Me lo sono chiesto tante, troppe volte, in questi ultimi due anni. Faccio ancora fatica a darmi una risposta, perché il suo corpo congiunto al mio è l’unica cosa che non è mai venuta meno, fino alla fine dei nostri giorni insieme. Questo mi faceva sentire al sicuro e la sua indipendenza, le sue frequenti uscite senza di me, non sono mai state un problema. Il tarlo della gelosia non abitava i miei pensieri perché ero suo, sempre. Mi accontentavo di poco, in fondo.

Le mie certezze sul nostro rapporto erano direttamente proporzionali alla sua voglia di scoparmi. O forse sarebbe più corretto dire “di fottermi”. Perché immagino abbia fatto questo anche prima di portarsi via i nostri soldi, la mia fiducia, e quella cosa che io chiamavo amore ma che tale non poteva essere, essendo mancato il suo pilastro portante, il rispetto. In cambio qualcosa ha lasciato: i cocci di un marito che fa fatica a sentirsi ancora un uomo e la fragilità scomposta di un’adolescente, nostra figlia.

Ginevra è sempre stata riservata. Non parlava mai di sé, non c’erano fra lei e noi confidenze amichevoli. Io rispettavo, e lo faccio tuttora, i suoi silenzi. Non li ho mai percepiti aridi, bensì pregni di sostanza. Lo capivo dai suoi sorrisi e dagli sguardi che sapevano parlare e raggiungermi. Dialogavamo, noi due, seppure in un modo non convenzionale. Con sua madre, invece, non c’è mai stata nessuna complicità. Esisteva fra loro un rapporto di mera convivenza genitrice-figlia. A una settimana dal post-Melania, infatti, i miei pensieri raffazzonati riuscirono a formulare una convinzione, a mio avviso, coerente: Ginevra non sentirà la mancanza di sua madre, il dolore sarà mio e non suo. L’avrei protetta da ogni sofferenza, ma ero certo che almeno per questo non ci fosse bisogno di scudi. Invece, i suoi improvvisi attacchi di panico, costanti, ripetuti, rimescolarono le carte in tavola, e le briciole di certezze che mi erano rimaste si sparsero come granelli di sabbia aggrediti dallo scirocco.

Quel poco che ancora restava della mia interiorità si stava sgretolando. Portai Ginevra dal medico di famiglia, che a sua volta mi suggerì il nome di uno psicologo. Fatto che mi rese più irrequieto perché non sapevo dove trovare i soldi per pagargli le parcelle. Stavo lavorando, certo, ma quanto si può incassare nella caffetteria di un paese di milleduecento abitanti, con altri due bar da beoni a fare concorrenza? In condizioni normali, quanto basta per vivere senza grandi pretese, ma non con il fondo che avrebbe dovuto pagare il mutuo della casa azzerato. E non se, come avevo appena scoperto, le fatture che Melania mi aveva detto di aver saldato risultavano insolute. Alcuni fornitori furono clementi e mi diedero un po’ di tempo. Con altri non fu possibile. Spese a cui si aggiunsero tutte quelle ordinarie di un’attività imprenditoriale.

Non riuscivo a dormire, mi stavo trasformando in un scheletro attaccato a un filo di pelle. E più mi preoccupavo, più Ginevra soffriva, appesantita anche dal mio stato d’animo. Era un fardello troppo grande per lei, vittima incolpevole dell’egoismo umano. Racimolai qualche soldo vendendo il poco oro che possedevo. Non toccai i gioielli di Ginevra; quelli di Melania, invece, se n’erano andati con lei. Usai quei soldi per pagare tre sedute dallo psicologo. Questi mi disse più volte che occorrevano tempo e continuità, ma quando gli feci notare che non potevo mettere mano al portafogli perché era vuoto, mi rispose che lui non poteva metterla sulla sua coscienza perché con quella non ci pagava le bollette.

Alla desolazione iniziale si aggiunse lo sconforto del fallimento. Se non avevo molto da rimproverarmi per la fine del mio matrimonio, trovai però mille colpe nel ruolo di padre. La sensazione di inettitudine mi avvolse con le sue spire, ma fu proprio Ginevra a venirmi in soccorso. Una mattina mi raggiunse all’alba in camera. Mancava poco al suono della sveglia. Mi abbracciò senza proferire parola. In quel silenzio, come sempre, trovai tutte le risposte che non riuscivo a darmi. Il tempo dello sconforto doveva finire, avevo una figlia a cui mancava il sorriso da troppi giorni e con il mio malessere appeso al collo, grave come un masso, rischiavo di farla colare a picco insieme a me nel mare del supplizio.

Da quella nuova consapevolezza trassi la forza per reagire. Chiesi un prestito a uno dei miei più cari amici, per ricominciare. Quando Edoardo seppe delle mie difficoltà si arrabbiò con me per non aver invocato prima il suo aiuto. Ma so io quanto mi sia costato farlo, quanto sia stato arduo mettere da parte il mio orgoglio. Tra le sue braccia, piansi per la prima volta da quando ero stato lasciato. Il post-Melania era cominciato quattro mesi prima. A me erano sembrati anni, perché la frustrazione e la rabbia me le ero tenute dentro a imputridire, ad annientarmi. Dalle rovine della mia esistenza potevo e dovevo recuperare tutto ciò che importava e che, in un modo o nell’altro, mi avrebbe dato un nuovo futuro: la contezza di essere padre. Ginevra è stata la mia forza, il balsamo che ha alleviato ogni sacrificio fatto per aiutare lei, ripianare i debiti e mettere da parte qualcosa per il suo diciottesimo compleanno. Perché lo scorso anno ho risposto così alla sua domanda: “Sì, tesoro mio. Festeggeremo i tuoi diciotto anni lontani da qui, io e te”, fermamente convinto che la promessa non sarebbe stata disattesa.

Oggi è il 26 aprile del 2020. La caffetteria è chiusa da un mese e mezzo a causa del Covid-19 e ho appena saputo che dovremo attendere giugno per la riapertura. Ma non si può escludere che ci voglia più tempo. Non abbiamo entrate, solo spese in questo momento. I pochi soldi messi da parte per il viaggio non ci sono più, se ne sono andati per pagare due mensilità di affitto del locale e per le bollette. Da un momento all’altro mi sono ritrovato esattamente allo spartiacque di due anni fa: irrisolto, confuso, spaventato.

Ginevra non sta andando a scuola, ma si prepara con diligenza all’esame di maturità. È andata in prima elementare a cinque anni, nonostante io non fossi del tutto convinto di quella scelta. Il tempo ha cancellato i miei dubbi, lei è sempre stata avanti in tutto. Mentre io faccio fatica, ancora una volta, a stare al passo per garantirle un futuro, anche quello più prossimo.Il fine settimana del Primo Maggio non ci potremo spostare, poiché la legge e la drammatica situazione attuale ce lo impediscono. Quello che non ho ancora avuto il coraggio di dirle è che non potremo neanche quando queste restrizioni non ci saranno più, e non so per quanto tempo. Fra noi e una vita dignitosa, fatta di tanto lavoro e qualche svago, si sono incastrati i guanti in lattice, le mascherine, i divisori in plexiglass. Ci è rimasta la salute, questo non lo dimentico. Con migliaia di morti in Italia e centinaia di migliaia nel mondo, ogni giorno osservo la mia piccola donna e sento i nervi sciogliersi nell’amore incommensurabile che mi lega a lei. Sono grato per il solo fatto di averla al mio fianco, sana, sebbene sia uno stecco e la sua magrezza me la faccia percepire più fragile di quanto sia in realtà. Allo stesso tempo, è proprio quell’amore a stringermi il cuore, a conficcare spine nella mia mente. Come provvederò a lei?

Sto paventando la chiusura della caffetteria. Il mio sogno, accarezzato in gioventù durante gli anni di università, quando lavoravo come barman per pagarmi gli studi, si sta frantumando sotto la mannaia delle avversità. Dopo la laurea in Scienze politiche e qualche concorso tentato senza grande convinzione, tornai a riflettere su ciò che sapevo fare meglio: stare in mezzo alla gente, offrire un servizio di qualità, accogliere nel migliore dei modi. “Accoglienza” è stata la parola chiave della mia decisione di avviare un’attività lontana dalla mia formazione culturale, perlomeno di quella appresa sui libri, ma affine al mio modo di essere. Avevo l’esperienza dalla mia parte, e la voglia di fare. “Accoglienza” è anche la parola a cui penso nelle mie notti tornate ad essere insonni. Che ne sarà di questa mia attitudine? Che fine faranno le strette di mano, i sorrisi, le chiacchierate a fine serata, seduti intorno a un tavolo con gli amici di sempre e con quelli nuovi per il bicchiere della staffa?

Mi immagino trincerato dietro una mascherina, con gli occhi innervati di tristezza, a sanificare tutto ogni mezz’ora, forse meno. Laddove regnava l’odore del caffè la mattina e della Caipiroska la sera, dominerà l’effluvio del disinfettante. E ci guarderemo di sottecchi, pronti a cogliere in fallo il vicino. Immagino i pochi, coraggiosi avventori osservare ogni mio movimento, col timore che una maniglia sfugga alla pulizia. In quanti si chiederanno se tazzine, bicchieri, piatti siano perfettamente sicuri? Credo che questi dubbi e tanti altri che affollano le mie elucubrazioni notturne terranno molti dei miei vecchi clienti a casa. Tutt’al più prediligeranno le passeggiate, non le soste. La moka, non l’espresso del bar. O magari lo prenderanno da asporto, ogni tanto, per non dimenticarne il sapore corposo, fumante di sentori esotici e nostalgia.

Se invece dovessi scoprire che sono in errore, che i miei timori sono infondati, che il mondo – o più semplicemente il paese in cui vivo – è abitato da impavidi che venderebbero l’anima per un mio Mojito, sarò io a dovermi preoccupare in ogni caso anche per loro. E non potrò permettermi nessun errore, come dimenticare di sanificare quella maledetta maniglia, i divisori nei tavoli, i bagni dopo ogni ingresso. Come farò, io, che fino a due mesi fa potevo pagare un aiuto extra solo durante il fine settimana? Come potrò occuparmi di tutto questo, ogni giorno? Queste sono solo alcune delle domande che emergono dal mio pensare. Sono già prigioniero, di me stesso e della paura. Per quanto mi sforzi di trovare soluzioni, non riesco a vedere la luce della rivelazione. Occorre una creatività che ora mi manca, una lungimiranza che credo di aver sprecato quando sognavo di aprire una caffetteria.

Mentre dissolvo i miei pensieri in un goccio di Zacapa, unico lusso che ho deciso di concedermi in vista del probabile fallimento della mia attività, attingendo direttamente alle scorte della caffetteria, Ginevra mi raggiunge sul divano. Resta in silenzio per qualche istante, osserva il rum ancheggiare nello snifter che ho appena appoggiato al tavolino.

«Pa’» sussurra «ti va di vedere un film?» Mi volto a guardarla, e cingo le sue spalle ossute con il mio braccio. «Certo, tesoro. Hai preferenze?» Ginevra arriccia le labbra, un gesto che fa ogni volta che si sofferma a riflettere su qualcosa. «Uno vale l’altro, pa’.» Si avvinghia al mio torace prima di concludere il suo pensiero. «Hai notato che in tutti i film che guardiamo c’è sempre qualcuno che a un certo punto dice “Andrà tutto bene”? Ecco, mi basta questo. Perché con te vicino nulla potrà ferirmi, la vita ci ha già tolto tutto quello che poteva toglierci.»

Sento le lacrime affiorare agli occhi, la gola chiusa in una morsa. Certo che l’ho notato, figlia mia. Tengo questo pensiero per me, incapace di emettere un qualsiasi suono per il timore che si trasformi in singulto. L’ho notato e rabbrividisco ogni volta che sento o leggo quelle parole, ogni volta che vedo un arcobaleno, vero o finto che sia.

Eppure, nel calore del suo abbraccio ritrovo un po’ di fiducia, anche se so che questa sensazione è mutevole e che tra cinque minuti sprofonderò nuovamente nella pece della preoccupazione. Perché non tutto andrà bene, né agli altri né a noi. Ma ho anche una certezza, forse l’unica in questo frangente: Ginevra è la fonte del mio coraggio, è la mia intraprendenza, è il mio riscatto di ogni giorno. Mi ha tirato fuori dal mio insano torpore due anni fa. E oggi è ancora lei a darmi la lezione più importante: esiste un noi, contro ogni tempesta.

IN MEMORIA – Solitudini

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