IN MEMORIA – Solitudini

Foto di Alessandra Ghiani

Per molto tempo ho pensato che la morte di mia madre sia stata la cosa peggiore che mi sarebbe mai potuta accadere. Ho custodito lo smarrimento conseguente alla sua perdita come se lasciarlo andare potesse trasformarsi in un altro abbandono. Mi sono avvolta nel suo venefico tormento pensando che null’altro avrebbe potuto turbarmi in egual misura.

Se ne andò nel sonno. La morte migliore, dicono. Ma ne esiste una “migliore” per chi ancora desidera vivere? So che i miei egoismi di figlia non avrebbero dovuto prendere il sopravvento, ma potevo chiedere al dolore di tacere, al vuoto di empirsi di sostanza?Forse non avevo il diritto di lamentarmi: lei era lì, distesa su un fianco, col viso rilassato. Ci misi un po’ a capire che la notte se l’era portata via a tradimento, in silenzio. Le coperte tirate in su, la cuffia in testa per non prendere freddo. Così apparve ai miei occhi. La chiamai e richiamai, la toccai, avvicinai la mano al suo naso per sentire un respiro ormai inesistente, fuggito via nelle tenebre.

Piansi con disperazione, mentre mi si riversavano addosso vortici di pensieri, di decisioni da prendere nell’immediato. Dovevo chiamare un’ambulanza? Avrebbe avuto senso? Sapevo che era morta, non avevo dubbi su questo. Di certo i miei familiari dovevano essere informati. Presi in mano il telefono. Nel delirio di quel momento, in cui si affastellavano l’orrore della scoperta appena fatta e la necessità di azione, persi interminabili minuti a guardare lo smartphone attraverso la cecità delle lacrime. Le mie mani erano inservibili: una semplice rimessa per quell’oggetto che si sarebbe dovuto trasformare in messaggero di morte. Lo osservavo, con singulti che mi alteravano il petto. I nomi dei miei familiari si accavallavano nella mente, senza ordine, senza senso. Ricucii quei momenti qualche giorno dopo, grazie alla cronologia delle chiamate. Senza di essa, non sarei riuscita a delineare una successione di eventi. Era come se avessi contattato tutti contemporaneamente, non uno dopo l’altro. E quei pianti, i miei e quelli di tutti coloro che dovetti avvisare in un tempo infinitesimale – ma lungo e straziante per la mia testa e il mio cuore – mi si riversano ancora addosso. Un coacervo nevrotico di emozioni, un cumulo di dolore senza fine.

La casa si riempì di persone. I familiari, innanzitutto. E gli addetti dell’agenzia funebre, il medico di famiglia. Dovetti scindere me stessa in due parti: quella che avrebbe voluto rintanarsi da qualche parte, da sola, lontana dalla confusione; e l’altra, che doveva invece provvedere alle necessità incombenti. Come tirare fuori l’abbigliamento scelto per la tomba, fra le altre. Mentre passavo e ripassavo davanti al suo corpo, abbandonato nel letto sfatto, pensai a quanto l’avrebbe addolorata sapere che tutti la stavano vedendo in disordine, con i capelli scompigliati dal sonno. E che la casa non era in perfetto stato – per quanto fosse comunque pulita e presentabile –, come lei di certo avrebbe voluto. Non le sarebbe piaciuto tutto questo. Quella consapevolezza mi riservò una stoccata in più.Di quel giorno mi assale un ricordo in particolare: a metà mattina, il sole le baciò i capelli. Filtrava dalla finestra una luce spavalda, quasi fastidiosa. Era forse una carezza, un saluto. A me parve invece un affronto, quasi che quel calore potesse accelerare il degrado del corpo, deformare le membra, scioglierne il rigore. Andai ad abbassare la tapparella, temendo a ogni passo di sentire anzitempo l’odore della morte. Non accadde.

Da qualche giorno non faccio altro che inspirare a fondo e immaginare quell’afrore. Avrei voluto mille soli ad avvolgere il corpo di Marco. Questa volta no, non avrei abbassato la tapparella. La luce lo avrebbe dovuto accogliere, abbracciare, accarezzare, finanche alterarne il profumo. Non so se in ospedale, durante le tre settimane di degenza, sia stato confortato, ogni tanto, da quel calore. Non ho potuto vederlo, toccarlo, annodare le mie mani alle sue. Mi sono fatta male, giorno e notte, scacciando a bastonate il pensiero di una sua precoce dipartita. A tratti affiorava, nella melma vischiosa della paura, la speranza: non morirà, mi dicevo. Ha 35 anni, è solido come diamante. E pensavo alle nostre risate per trovare conforto, all’amore per sentirlo vicino. Ai nostri corpi ancorati al piacere, carnale e mentale. Unico, come ci piaceva definirlo, perché mai vissuto altrettanto intensamente con altri. La natura aveva trovato nel nostro noi una giusta combinazione di membra, odori, sapori. Una compiutezza quasi irreale, pur nell’umana imperfezione. E nel ricordare quei momenti mi sovvengono gli spasmi, le mani che cercano, rubano, restituiscono piacere, le bocche che divorano ciò che già conoscono come se fosse ogni volta diverso, l’avida accoglienza dei miei umori al suo turgore pregno di promesse, gli sguardi famelici, lucidi e senza vergogna che spiano i gemiti dell’altro.

Il ricordo si fa presente, sebbene appartenga ormai a un passato che non potrà tornare.Apro gli occhi e guardo fuori dalla finestra. Il sole è opaco, sfilacciato da nubi sottili. In mezzo a quelle striature immagino l’ultimo viaggio del mio compagno, amico, uomo. In una cassa da morto anonima, senza il conforto del mio pianto, con il pigiama intriso di malattia e disinfettante, avvolto in un sudario privo d’amore. Il suo corpo un tempo florido, stremato da un virus che non avrebbe mai dovuto incontrare, tenuto a distanza per la paura del contagio, lambito dal lattice di guanti timorosi e non accarezzato dall’affetto. Infine arso insieme al nemico.E penso a tutti quei rituali che mi sono sempre sembrati sciocchi, superflui. Marco non avrebbe mai scelto gli abiti con cui essere seppellito, neppure a novant’anni, se ci fosse arrivato. “Se sei morto che importanza può avere ciò che indossi?”, ci siamo ripetuti più volte. Ma nel non volerci preoccupare di queste banalità, a nessuno dei due è mai passato per la mente che eventualità altre avrebbero potuto prendere il sopravvento, che neppure chi di noi fosse rimasto avrebbe magari potuto scegliere per l’altro una camicia, un pantalone, un paio di calze. Mi rendo conto ora che mi è mancata, nell’immensità di un dolore inenarrabile, anche quell’assai misera consolazione: il passare e ripassare davanti al suo corpo come avevo fatto con quello di mia madre, aprire i cassetti per recuperare la biancheria, annusare un’ultima volta gli abiti che lo avrebbero accolto.

Gesti che mai avrei voluto compiere, e che allora misero a ferro e fuoco la mia anima, oggi mi sembrano un faro. Ho ricostruito pezzi di esistenza con quella luce che allora interpretavo come oscurità. Se mi soffermo a riflettere – quelle poche volte che riesco –, emergono dal mio sentire ridotto a brandelli nuove consapevolezze. Una in particolare mi accompagna: ogni cosa, anche quella che ci appare feroce e crudele in un dato momento della nostra vita, può assumere contorni meno netti, può essere reinterpretata quasi con un senso di sollievo.

La perdita dilania, smembra, sconfigge. Sempre. Ma mai quanto la solitudine nell’ora estrema. Di mia madre ho goduto fino all’ultimo istante, l’ho accarezzata più volte anche dopo che il gelo aveva agguantato il suo corpo. A lei sono giunti i saluti di innumerevoli persone, il profumo dei fiori l’ha coccolata per tutto il tempo in cui la bara è rimasta aperta. È stata scortata come una dea alla sua dimora ultima, con invocazioni e canti.

Marco è morto da solo.

A me è toccato di restare, e nel vuoto immane che mi ritrovo a vivere, toccarlo un’ultima volta, accompagnarlo con le mie lacrime senza preghiera sarebbe stato, col senno del poi, una riserva di rimembranze quanto mai preziosa.

Insieme al dolore restano gli avanzi di vita: oggetti, libri, abiti. E sono anch’essi dolore. Perché mi ricordano frammenti che non potranno ricomporsi, desideri che non saranno esauditi, suoni che nessuno ascolterà più.

“Ci vuole tempo…”, mi dicono in tanti cercando di lenire le piaghe del mio cuore. No, non basterà lo scorrere dei giorni e dei decenni per curare questa lacerazione. Ma a te, Marco, faccio una promessa: scaverò dove fa più male, amore mio, e lì eleverò il mio altare per onorarti. Oggi, domani, sempre, finché avrò voce, finché i miei pensieri avranno la forza di raggiungerti.

OLTRE IL BUIO – Solitudini

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